Malak Mattar: pittrice per una Palestina libera
21 novembre 2025 - Viola Frassi
In un mondo che sembra non più distinguere tra il bene e il male, che arriva a giustificare un genocidio trasmesso in diretta davanti gli occhi di tutti, radicato ben prima del 7 ottobre 2023, e in cui un popolo ripete, questa volta da carnefice, i crimini che un tempo subirono i suoi stessi antenati, c’è un altro popolo, quello palestinese, che ogni giorno vive e muore tra le macerie.
Tra le voci che resistono, c’è quella di Malak Mattar, giovane artista di Gaza, che attraverso i suoi quadri trasforma il dolore e i ricordi in immagini potenti, mettendo su tela la propria esperienza e quella del suo popolo.
L’inizio di un’arte di resistenza
Malak Mattar nasce il 17 dicembre 1999 nella Striscia di Gaza, dove trascorre tutta la sua infanzia e parte della sua adolescenza. Il padre è membro del Ministero degli Affari Esteri Palestinesi, mentre la madre è insegnante di inglese per la UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East). La loro è una famiglia di rifugiati palestinesi del 1948 che ha già vissuto sulla propria pelle molti attacchi israeliani, a cinque dei quali Mattar è riuscita a sopravvivere.
È proprio durante il conflitto del 2014 che Mattar, all’epoca solo quattordicenne, decide di utilizzare la pittura come mezzo per esprimere ed elaborare i traumi che non solo lei, ma anche la sua famiglia e tutta una popolazione di donne hanno vissuto.
“Durante l’attacco militare israeliano del 2014, ricordo di aver guardato lo scaffale con tutti i materiali artistici che avevo accumulato e di essermi detta che avrei fatto qualcosa con tutti quegli strumenti. L’atmosfera era tesa, ed eravamo tutti terrorizzati, ma nonostante la mia paura, ricordo di aver preso un foglio bianco e di aver cominciato a disegnare.” – Malak Mattar per UNRWA, 2022
Durante l’assedio nessuno poteva uscire di casa, ma tutti avevano accesso ai social media. È in quel momento che Malak Mattar decide di aprire un account per condividere i propri disegni su Facebook e Instagram. La pittura diventa quindi per lei una forma di libertà, un linguaggio attraverso cui esprimere emozioni e pensieri che la realtà quotidiana non permette di esternare.
Attraverso i social, le sue opere iniziano presto a circolare ben oltre i confini di Gaza: persone da ogni parte del mondo cominciano a scriverle, non solo in arabo ma anche in inglese. Per Mattar è stato un segnale importante: significava che, fuori da Gaza, qualcuno stava finalmente prestando attenzione a ciò che già stava accadendo nella Striscia.
Poco dopo, la stampa inglese, francese e spagnola si interessa al suo lavoro e Mattar inizia a vendere i suoi quadri a collezionisti internazionali. Un anno dopo, organizza la sua prima mostra personale con sedici opere originali su tela, realizzate con acrilico. Nei successivi quattro anni, le sue opere hanno partecipato a oltre sessanta mostre in tutto il mondo.


I dipinti di Malak Mattar raffigurano quasi esclusivamente figure femminili, con grandi occhi spesso chiusi e con le teste piegate. Pieni di colori e forme astratte che richiamano a tratti il surrealismo e ad altri il cubismo, raccontano la vita difficile delle donne che vivono tra due oppressioni: quella dell’occupazione israeliana e quella delle regole patriarcali della società palestinese. Usa i suoi dipinti come strumenti di denuncia sociale, ma con essi vuole mostrare la resistenza e il coraggio delle donne, trasformando la realtà dura in un messaggio di speranza.
“Voglio mostrare anche la bellezza e la forza del mio popolo, e la passione che abbiamo noi palestinesi, nonostante tutte le difficoltà che attraversiamo in Palestina e nella diaspora.” – Malak Mattar per UNRWA, 2022



2023-2025: il Grigio, e poi, la Fenice
Arriva però un momento fatidico in cui il colore scompare: è il 7 ottobre del 2023. Il 6 ottobre – soltanto un giorno prima della devastante offensiva israeliana – Mattar ha lasciato Gaza ed è arrivata a Londra grazie ad una borsa di studio per la Central Saint Martins, una delle scuole d’arte più prestigiose del Regno Unito. Il giorno dopo, il conflitto è riesploso.
Da allora, la sua vita e la sua arte si sono intrecciate in maniera ancora più profonda. La sua pittura, da tempo caratterizzata dai colori luminosi che vediamo sopra, è diventata la monocromatica espressione visiva di una generazione cresciuta tra le macerie, la violenza e la disumanità.
L’invasione e la devastazione della sua terra natale le hanno privato del colore per più di un anno; per questo, nelle sue opere più recenti domina il bianco e nero. L’esempio più emblematico è sicuramente No Words (2024), un enorme olio su tela che rappresenta la distruzione di Gaza con teschi, case in rovina e al centro un ragazzo a cavallo che traina un carro con pochi averi. Il quadro è stato esposto alla Biennale di Venezia ed è stato paragonato al Guernica di Picasso (anche lei stessa cita Picasso come ispirazione principale delle sue opere), sia per lo stile che per la sua forza tragica.
Altre opere, come Death Road – i cui soggetti sono dei palestinesi prigionieri sorvegliati da un ufficiale dell’IDF – e Prematurely Stolen – che mostra quattro neonati prelevati dalle loro incubatrici – raccontano l’orrore e la perdita attraverso quella che è una testimonianza diretta: Mattar ha perso dei parenti nei bombardamenti. Anche se comunica con immenso sollievo che i suoi genitori sono riusciti a raggiungerla a Londra, il suo sguardo resta ancorato a Gaza, dove vivono ancora molti dei suoi familiari.
Racconta di essere stata assalita da un senso di colpevolezza per essere sopravvissuta, a differenza di molti dei suoi cari, anche grazie all’essere lontana geograficamente: non tutti hanno avuto questa possibilità, ma meritano di avere una vita normale e non di soffrire e vivere costantemente sotto i bombardamenti. Spiega anche che per lei dipingere non è catartico, bensì doloroso, ma sa che è giusto così: se ciò che dipinge mette a disagio, significa che mostra la verità di quello che sta succedendo.

“Non riesco a vedere i colori. Sono cresciuta sapendo che l’arte è un mezzo per esprimersi e liberarsi dalle emozioni difficili. E questo continua perché a Gaza si vive nella paura, in un circolo vizioso. Un giorno c’è il cessate il fuoco e poi arriva un’altra guerra”. – Malak Mattar per RSI, 2025
Proprio in quel breve susseguirsi di svariati cessate il fuoco all’inizio del 2025, Mattar ha sentito di poter riportare il colore sulla tela: nella sua ultima mostra – inaugurata nel maggio dello stesso anno alle Window Galleries di Granary Square e organizzata dalla sua scuola d’arte – è stato esposto un quadro formato da un’enorme composizione in cui spicca una fenice rossa, rappresentante la Palestina, che risorge dalle ceneri di Gaza circondata di suoi abitanti e un grande ulivo verde, simboli di pace, memoria e rinascita. Accanto alla tela, sono stati inoltre presentati i suoi “libri a fisarmonica” popolati da volti, animali e frammenti di vita quotidiana palestinese.

La voce e le opere di Malak Mattar parlano di dolore, ma anche di sopravvivenza. Come la fenice che dipinge, continua a risorgere, portando con sé la memoria e la speranza del suo popolo. Per lei, l’arte è una forma di terapia e di preghiera: una mano che cerca il colore dentro la distruzione. Si augura che un giorno, quando ci sarà finalmente la pace, potrà tornare a dipingere con tutti i colori che ha dentro.
“Ciò che spero davvero è che le persone vengano salvate. […] La mia priorità è vedere le persone riposare, trovare pace dopo questo incubo. Il peggiore genocidio del nostro secolo”. – Malak Mattar per RSI, 2025
La sua arte manifesta la voglia di farsi sentire di una nuova generazione di artisti palestinesi che cercano un modo proprio di esprimersi e di trovare spazio nel mondo dell’arte internazionale, portando da Gaza una testimonianza viva di talento e resilienza.
Oggi, Malak Mattar è attiva sui social, continua ad esporre le sue opere a Londra e da poco anche a New York. Ha inoltre illustrato un libro per bambini, Sitti’s Bird: A Gaza Story, tradotto in varie lingue. Attraverso l’arte, Mattar non cerca solo di raccontare la devastazione della sua terra, ma di restituirle dignità e di ricordare che, dietro ogni cifra e ogni fotografia di distruzione, ci sono corpi, famiglie, infanzie spezzate e sogni che chiedono ancora di essere ascoltati.


Sitografia
Il suo sito web e la sua pagina Instagram:
https://www.instagram.com/malakmattarart
https://www.aljazeera.com/features/2024/4/18/884
https://www.culturabologna.it/events/malak-mattar-donne-arte-e-resilienza
https://www.invictapalestina.org/archives/55334
https://www.rsi.ch/info/mondo/Dipingere-in-bianco-e-nero-in-attesa-della-pace–3182394.html
https://www.unrwausa.org/voices-of-unrwa/2022/03/08/2022-3-8-palestines-picasso-malak-mattar
https://themarkaz.org/malak-matar-artist-and-survivor
Risorse per supportare la Palestina:
- https://donate.unrwa.org/int/en/general
- https://palestinecampaign.org/resources/
- https://www.medicisenzafrontiere.it/landing/gaza/
- https://www.oxfam.org.uk/oxfam-in-action/current-emergencies/how-to-help-gaza/
- www.kufiya.org
- App “No Thanks” per boicottare prodotti che supportano Israele